sabato 2 dicembre 2006
posted by A.S.Cu.S. at 18:42

Vittime e carnefici: è questa la condizione degli oltre 250.000 mila bambini–soldato attualmente impegnati nei conflitti del pianeta. A questi piccoli combattenti l’associazione socio-culturale “Lo Spettro”, in collaborazione con la Vice Presidenza del consiglio provinciale di Roma, ha dedicato venerdì scorso la conferenza-dibattito “Bambini in Guerra”, prima tappa di un percorso di sensibilizzazione e informazione sul fenomeno destinato agli studenti delle scuole romane.
In almeno 30 Paesi del mondo, lo status di soldato sostituisce ogni anno la normalità di decine di migliaia di adolescenti e bambini, alcuni di appena 7 anni, che raggiungono gli eserciti volontariamente o dopo essere stati rapiti. Nel solo Uganda si stima che i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), guidati dal profeta Kony, abbiano rapito 30mila bambini dal 1986, 12mila dei quali negli ultimi tre anni. E mentre il Tribunale Penale Internazionale mette alla sbarra Thomas Lubanga con l’accusa di aver reclutato minori di 15 anni in Congo, le trattative di pace attualmente in corso tra il governo ugandese e l’LRA ignorano la sorte di migliaia di bambini-soldato ancora oggi tra le fila dei ribelli.
È un’infanzia, quella vissuta dai bambini-soldato, che incarna anche il suo contrario, ossia tutto ciò che di peggio è possibile rintracciare nel mondo degli adulti: l’odio e la violenza, la guerra e la disumanità. Invisibili in battaglia, veloci e obbedienti i piccoli combattenti hanno il vantaggio di non richiedere stipendi e di essere del tutto dipendenti dai loro comandanti per sopravvivere. Vittime dei violentissimi riti di iniziazione cui sono sottoposti sono spesso coetanei o gli stessi famigliari, contro i quali i bambini-soldato sono costretti a compiere atti raccapriccianti. Perché sentirsi minacciati e soli al mondo rende sicuramente più succubi e forse anche più violenti. Il più delle volte la fuga si paga con la vita, allora la droga aiuta a dimenticare e a farsi coraggio. Inconsapevoli della morte fanno spesso parte delle prime linee e sono mandati avanti per far esplodere le mine antiuomo. Chi non combatte trasporta armi, spia il nemico, cucina per i compagni, sorveglia il campo. Ancora più ignobile è il destino delle 120.000 bambine-soldato del pianeta che, oltre a questi compiti, hanno anche il dovere di soddisfare i desideri sessuali dei militari.
Un vero e proprio inferno al quale però si può anche resistere, sopravvivere e infine riuscire a sfuggire, come dimostra il toccante percorso di John Baptist Onama, ex bambino-soldato in Uganda e oggi professore di Europrogettazione all’Università di Padova. Una storia che ruota, per il meglio e per il peggio, intorno alla voglia di studiare di un bambino come tanti.
Per John, oggi quarantenne, tutto inizia nel 1971 quando in Uganda un colpo di stato porta al potere Idi Amin e il ragazzo si rifugia con la sua famiglia in Sudan. “Lì si studiava in arabo e proseguire gli studi, per me che ero abituato all’inglese, era troppo complicato. Così chiesi ai miei genitori di poter tornare in Uganda, dove fui accolto in una famiglia.” Ma nel 1978 i ribelli ugandesi dell’UNLA (Uganda National Liberation Army) e l’esercito dello Tanzania marciano su Kampala, scoppia la guerra civile e la pulizia etnica diventa realtà. ”L’esercito governativo promette di trasformare in terra bruciata un chilometro quadrato di territorio per ogni soldato ucciso dalle forze ribelli” ricorda John. Uomini, donne e bambini compresi. “Le frontiere erano chiuse, raggiungere la mia famiglia in Sudan era impossibile. Quando, poco tempo dopo, l’esercito ribelle arrivò anche nel mio villaggio fui arruolato, anche perché i miliziani non conoscevano il territorio e avevano bisogno di guide. Tre giorni dopo mi sono ritrovato in divisa, armato, in grado di utilizzare un kalashnikov. Quando sei armato e lo è anche la persona di fronte a te puoi facilmente perdere il controllo.”
Ed è accompagnando un plotone di 75 uomini nel pattugliamento dei villaggi che John, a soli quattordici anni, diventa complice involontario e allo stesso tempo testimone indifeso degli orrori di quella guerra. “Ho visto donne stuprate da più uomini prima di essere brutalmente uccise, ho visto esseri umani sgozzati da altri esseri umani, ho visto un bambino di pochi mesi sopravvivere per giorni sul corpo senza vita di sua madre.” Immagini indelebili quanto i volti dei coetanei morti, ma che non sono riuscite ad uccidere la sua speranza. “Non avevo smesso di sognare una vita diversa” afferma oggi. E quando incontrò il diacono e poi il vescovo che gli ridiedero un futuro, fu ancora una volta la sua voglia di studiare a trasformare la sua esistenza. “Chiesi loro di tornare a studiare dai comboniani. Mi ha salvato la scuola”. Un racconto doloroso, non dovuto, ma necessario per l’ex bambino slodato “perché il massacro di chi non ce l’ha fatta non sia invano e perché non smetterò mai di chiedere scusa all’umanità per quello che ho visto e fatto per aver appartenuto a quella realtà”. È in primo luogo alla platea di bambini romani venuti ad ascoltarlo questa mattina a Palazzo Valentini, che il professor Onama vuole quindi lanciare un messaggio: “La guerra è la follia più grande che l’uomo abbia mai inventato. Non smettete mai di opporvi alla violenza, fatevi delle domande, aprite gli occhi”.

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